Numero 2 - Dicembre 2018

La tarantella per una tarantola

Non sono appariscente e seducente come la Recoleta, elegante come l’Albert Memorial, attraente come il fenomenale PèreLachaise, magnifico come Montparnasse o raffinato come Montmartre mentre le gatte nere camminano pomposamente sopra di me. E poi non sono neanche una delle sale d’attesa per la morte che nascono sempre più spesso in tutto il mondo e nelle quali mancano solo i dispositivi touch-screen perché i nuovi arrivati prendano il loro numero di serie. Sulla mia testa non cresce un bosco di alloro anche se i raggi del sole cadono su di me come se fossero raccolti, e nella mia fantasmagoria marmorea la luna versa il muschio di champagne, quando restiamo soli, lontano dallo snobismo e dal prestigio, i quali ovviamente non stanno quieti neanche nella morte.

Io, semplicemente, sono Staglieno. La mia modestia non mi permette di parafrasare tutti i passanti, ma chi può rimproverare Ernest Hemingway anche quando esagera e dice che sono una delle meraviglie del mondo o a Mark Twain che dice che finalmente ha visitato il cimitero che ricorderà anche quando avrà dimenticato tutti i palazzi? Io sono un museo aperto, il più grande nel mondo. Io non ho l’ombra, anche se esisto, e i miei visitatori restano a guardare verso il cielo e non laterra. Da me non si ricorda, allude o imita la vita con effetti scenografici e costumi di scena. Invecela morte assume aspetto di pietra, la quale è la coesistenza con essa. Oh, quanti artisti ho accolto e salutato, e non per caso. Loro sanno meglio di ogni altra persona che il linguaggio del corpo non è lo strumento che Dio usa per esprimersi nel modo più chiaro possibile. Lo è il linguaggio dell’anima. E il linguaggio dell’anima possono trasferirlo in pietra solo gli scultori più bravi. Il mio scultore preferito è stato e ed rimasto Santo Varni. Proprio a lui ho dato l’onore di situare sull’entrata stessa la Fede come simbolo di religione e fede di tutti e per tutti.

Il modo in cui trattiamo i defuntirispecchia il nostro comportamento verso gli altri. Certamente non verranno scordati Lorenzo Orengo, Benetti, Moreno, Scanzi, Monteverde, ecc. Tutti loroscolpironoe cesellarono la pietra così verisimilmente che allo spettatore sembra di vedere davanti a sé il tremore della mano del vecchio, la fotosintesi in corso, il sangue blu nelle vene dei nobili, il tremolio di una pagliuzza sul capello, il ronzio nelle orecchie di una matrona preoccupata, l’indice ancora umido di saliva dell’eterno viaggiatore che non conosce la serenità. Inoltre, non possiamo perdere di vista il mausoleo di Mazzini e le tombe Scala, Consigliere, Pienovi, Drago, Burlando, fino alla signora Caterina Campodonico, la quale è stata venditrice di noccioline.
Comunque è Santo Varni quello che mi è restato più vicino al cuore perché riuscì ad avvicinarsi, in modo sottilissimo, ai limiti tra la vita e la morte. Come sua modella aveva scelto, prima di sposarla, una certa Giuditta. Il caso volle che più di una volta avesse posato in vita per la morte. La prima volta aveva posato per il busto commissionato per la moglie di Giuseppe Paradiso di Pietra, per essere infine commemorata anche per la propria morte. Quacuno potrebbe dire che la usava come se fosse una marionetta dimenando coi fili il suo destino, cambiando cornice per la scena, cornice per l’anima anche se si trattava di una sola persona. Giocava con lei, con quella bellezza di carnagione scura, longitudinalmente e trasversalmente nelle mie gallerie commemorative lasciando dietro di sé una sedimentazione polverosa come una ragnatela. Questo suo gioco poteva rappresentare il vivace ballo della tarantella, e lei fermata e mossa come una tarantola - il riferimento più cupo della morte. Ma no, un no categorico! Varni celebrava la vita tanto quanto la rimpiangeva, consapevole che l’avrebbe persa infine. Per lui Giuditta era tanto di creta quanto di saccarina.
Oh, quanti Varni, Roden, Klimt ci sono stati nella storia dell’arte, e ancora non si dubita del motto: Ars longa,vita brevis. Tutti condividono qualcosa o lo prendono in prestito, e tutti si accumulano, proprio come sedimenti. Ma è vero che l’arte è morta? E la vita, e così viva come pare? Qualcuno se lo è mai chiesto? Questa è la domanda. Però nessuno se ne è mai lamentato, lo testimonio io.
Oh, quanti passanti ho accolto e salutato, se non contiamo quei due milioni che restano nel mio seno. Ho visto tante persone che sono già da tanto tempo semplicemente morte per la vita. Tuttavia, dopo ogni visita da me, sembra che gli torni la voglia di vivere. All’inizio non si affrettano, e poi, anche senza la scopolamina (il siero della verità) partono da me meno preoccupati nella loro coscienzadi quanto lo sarebbero uscendo dal confessionale. Molti passanti dotati di intellettocome Friedrich Nietzsche, Guy de Maupassant e tanti altri,inchinandosi davanti a mesi sono chiesti come sia successo che io sia il museo più aperto nel mondo, e la risposta gli è sempre stata davanti agli occhi.
Non si trova certamente nella mia gentilezza perché io rappresento solamente uno specchio del comportamento collettivo della civiltà intorno a sé stessa, dagli inizi del XIX secolo. Negli italiani il parlato dell’anima, del corpo come anche il linguaggio stesso non riposano mai. Si muovono continuamente in una forma infinita. Come un fiume senza rive. Io possiedo le caratteristiche del simbolismo delle rappresentazioni mitiche e di quelle pagane; dalle forme egiziane a quelle ebree e cristiane; quelle immaginarie e quelle extraterrestri, eppure sono solamente una loro riflezione. Loro mi hanno costruito e conservato intatto nonostante i tentativi inappropriati della modernità. Esisto ancora anche se limitato e a minacciato dai segni del (mal)tempo come per esempio l’uscita dell’autostrada Genova Est, che si sovrappone con le ultime tombe. Questi passanti mi conoscono e rispettano come un monumento commemorativo del passare del tempo e dell’unione, e non di crollo e decadimento. E perciò condividiamoci, prestiamoci, accumuliamoci senza risparmiare in quella tarantella rassicurante finché possiamo ancora controllare i fili del nostro destino.

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