Numero 2 - Dicembre 2018

Il bastardo del postmoderno

(ovvero: cosa ho imparato all'università)

Io, Stefan Stefanović, figlio di padre Gojko e madre Mirjana, nato il 13 ottobre del 1990, ammetto che tutto è un gioco.

Oggi non c’è la “Giovane Bosnia”, perché la nostra gioventù e vitalità sono rimaste bloccate nel download, ci mancano le patch per rattoppare le bruciacchiature della vita, e il convertire dura troppo. Anche se ci dessero le armi, i tiranni sono troppi, a chi sparare per primo? I Balcani sono un file pirata nella rete dell’Europa e del mondo. E non è che siamo stanchi – siamo stufi. La noia ci ha consumati fino al midollo, perché viviamo in una fessura tra il mondo virtuale e reale, tra quello che ci hanno insegnato essere e che vediamo essere, siamo crocifissi tra “la Madre Russia” e “l’Europa traditrice”, e nel girare da una parte all’altra siamo rimasti nella cerchia, abbiamo inghiottito la propria coda. Ci annoiamo anche perché abbiamo già visto tutto in TV, lo abbiamo scaricato da Internet, sappiamo che è propaganda altrui, pensiamo di essere i peggiori di tutti, eppure ci vantiamo tanto e nominiamo la celebre storia che abbiamo imparato a memoria, mai studiata e compresa.

Ritornare a se stesso, quindi, non è un atto egocentrico, un egoismo malato, ma il bisogno indispensabile di salvare il buon senso in un mondo schizofrenico e, prima di tutto, di essere felici. La società postmoderna mi ha insegnato che non è più scortese evidenziare pubblicamente le proprie virtù, il talento e i successi. E mi ha insegnato che tutto questo è considerato qualcosa di conveniente e di indispensabile nel mondo degli affari, e quindi ecco che anch’io sto lavorando sul mio curriculum, sto creando una cerchia artistica dal nome "I Sobakaisti" in cui costruirò, con ogni briciolo della mia curiosità, del mio desiderio e del mio talento, un magnifico laboratorio manifatturiero.
E mi sembrava che non sarebbe stato così, perché fino a ieri ero uno studente di letteratura obbediente, sostenevo gli esami e raccoglievo crediti come le figurine dei calciatori e credevo, così fortemente credevo, che il mio diploma avrebbe avuto qualche valore nel mondo futuro. Ho trascorso più di metà della mia vita in un sistema educativo che mi ha insegnato che una volta terminati gli studi universitari avrei vinto un enorme premio. I genitori mi hanno consigliato, come anche a molti altri, che è molto importante afferrare il diploma di laurea e possederlo "per ogni evenienza". Ci educano ad innalzarci sopra tutti, e a dover essere i migliori, qualsiasi cosa facciamo. Ci hanno convinto che tutti meritiamo uffici spaziosi e subordinati. Ma nel frattempo ci siamo moltiplicati troppo, e vedo che qua non c’è posto per me e la mia laurea.
Eppure, la conoscenza non è mai inutile, perfino nel mondo contemporaneo che richiede lo scontrino fiscale per ogni merce. L’educazione umanistica probabilmente non avrà mai più una sostenibilità finanziaria, però sarà sempre importante sia sul piano macro dell’umanità che su quello micro dell’esistenza, perché dopo tutti i romanzi letti e le fabule analizzate noto che la realtà è da tanto tempo simile ai romanzi postmoderni. Al di fuori del mondo letterario, le tesi di dottorato plagiate ci lasciano terribilmente perplessi, ma noi sappiamo ormai da tempo che nessun documento è attendibile, che tutto è una congiura dei Bibliotecari e che tutta la storia che conosciamo è forse solamente un racconto ben scritto. Che cos’è una tesi di dottorato rispetto alla storia del popolo? E quello che in letteratura erano il grottesco e l’umorismo nonsense – adesso è la dolorosa realtà, perché vedo intorno a me che i Paesi vengono costruiti su documenti fittizi, che vengono create nuove lingue mutilando tutte le leggi che ho appreso dalla storia della lingua e che vengono trascritte e modellate intere culture antiche per assicurare un presente fragile e trasparente. La storiografia, derisa dal postmoderno, adesso è uno strumento di poco valore volto alla manipolazione. I Balcani assomigliano ormai da tanto tempo a un banco di prova per la sperimentazione.
E dov’è il ruolo dell’arte? Solo un centinaio di anni fa aveva il potere di ispirare la gente a migliorare il mondo, e adesso è emarginata oppure si è venduta a basso costo a fini di intrattenimento. Questa emarginazione è il risultato anche dei comportamenti degli artisti stessi: i diplomi e i titoli sono più importanti delle idee e delle opere. Il postmoderno ha inghiottito la propria coda e si è chiuso nella spirale della riconsiderazione. E mentre si discute a lezioni non frequentate e tavole rotonde, la realtà pian piano si sta ammalando di finzione, sta diventando irreale e incomprensibile. L’arte è rimasta un passo indietro rispetto alla realtà, e l’artista si è perso in quel divario. È tempo che l’arte ritorni alla vita di tutti i giorni.
Nella letteratura sono entrato sulla bicicletta di Basara, però non posso rimanere in quella cerchia, quella catena si è rotta tanto tempo fa e adesso pedalerei invano. Non ci sono neanche altre linee che posso continuare, perché vedo Albahari che si è scontrato contro il muro del Testo e adesso delirante ripete "chi scrive questo? chi scrive questo?". Petković insuperabilmente parla di temi che non ci spettano e con cui non possiamo immedesimarci, lo spirito di quei tempi da tanto non dimora in questo mondo. Vladušić ha provato un nuovo campo di creatività e certamente merita il riconoscimento per l’introduzione della tecnologia moderna nella letteratura e l’esportazione della letteratura nelle tecnologie moderne, però la sua bellettristica non è interessante ed è un buon esempio di come le facoltà di lettere dai buoni lettori creano mediocri lettori; e nei casi peggiori da cattivi lettori scrittori-autoproclamati.
I Sobakaisti sentono lo spirito del tempo. I Sobakaisti riconoscono i valori di un’intera tradizione precedente, loro sono istruiti, sono principianti professionali della società. Se già Joyce ha mostrato che l’"Odissea" è la tradizione letteraria dell’umanità, cosa impedisce a noi Sobakaisti, cosa impedisce a me di prendere il materiale dall’intera arte dell’umanità? Sicuramente non sono il primo a farlo! Banksy ha creato un’intera cultura della street art scegliendo attentamente – e combinando – l’illimitato materiale della tradizione pittoresca dell’umanità con le proprie idee. È riuscito a porre le basi per i futuri artisti visivi in quest’ambito, a prescindere dalla questione se la sua arte si possa considerare "elevata" o meno. Il suo contributo è quello di aver portato "l’arte alta" nel mondo reale, l’ha salvata dalle gallerie e dalle soffocanti evaporazioni dell’intellettualismo. In ambito musicale la stessa cosa è stata fatta, ormai da tempo, dai Thievery Corporation. Usando le influenze dei diversi stili musicali, combinandoli e mettendoli insieme nel contesto desiderato, loro hanno creato una musica basata sulla tradizione musicale di tutto il mondo. Se possiamo imparare qualcosa dal postmoderno, è che il mondo intero può essere la nostra patria e la nostra fonte d’ispirazione.
La letteratura, ma anche l’intera arte, da sempre sfrutta alcuni temi tra i più importanti – la vita e la morte, l’amore e la questione di Dio. Che cosa è cambiato dopo tutti questi anni? La vita ha la sua pariglia nel mondo virtuale – quindi come scrivere della realtà quando la nostra realtà è realizzata in base alle esigenze esterne? Noi adattiamo le nostre vite per le vetrine attraverso le quali ci vedono gli altri, e non secondo quello che nasce dentro. Come scrivere dell’amore dopo il cybersesso e la pornografia gratis su Internet? E dov’è la connessione con Dio, dov’è il link? I Sobakaisti affronteranno coraggiosamente queste domande.
Credo che la letteratura abbia un grande potenziale, anche se intorno a noi i predicatori si lamentano che nessuno legge. Eppure, la statistica mostra diversamente – se Vidojković, Basalo, le conduttrici televisive e le celebrity fanno circolare centinaia di libri, in più edizioni, dobbiamo mettere in questione l’affermazione secondo la quale i libri non hanno più un pubblico. È chiaro che esiste un numero enorme di lettori a cui non giunge la letteratura odierna perché questa si è chiusa nel suo piccolo mondo, nel suo cerchio dal diametro stretto disegnato da professori e studenti di lettere. L’arte deve offrire qualcosa a questo mondo, altrimenti il suo obiettivo è messo in questione. E forse la vera arte è quella che sente il momento nel tempo e offre quello che manca al mondo. Se nel medioevo mancava la libertà – il Rinascimento gliela diede. Se nel mondo di oggi manca la vitalità, la gioia, la ragione – l’arte deve fornirli.
Non voglio essere il frullatore per la macinazione, non voglio deformare migliaia di citazioni altrui per creare la mia opera. I Sobakaisti non lo faranno. L’idea che la mia arte non venga apprezzata o che solamente sparerò a salve, o che sarà un altro piccolo ramo artistico sotto il nome del sobakaismo (cagnismo) non mi spaventa. Non chiedo e non mi aspetto riconoscimenti, premi e complimenti. Se il tempo è un vero indicatore del valore di un’opera d’arte – allora mi preoccupo ancora di meno, perché l’esistenza su questo pianeta è limitata, e anche agli ottimisti più grandi è chiaro che non sopravvivremo a segnare duecento anni dallo sparo di Gavrilo.
Voglio giocare. Sul tavolo vicino c’è il libro “Eteronimi” in cui sono raccolti i testi di Fernando Pessoa. Questo libro è un piccolo monumento che mi ricorda che io sono insignificante, solo i miei eteronimi sono importanti, loro stanno creando. Questo libro mi ricorda anche che loro sono solo personaggi, e che io sono quello vivo. Questo libro è l’amuleto che mi protegge da tutte le follie che mi minacciano al di fuori del Testo. Io sono il bastardo del postmoderno e sarebbe troppo aspettarsi che io faccia tutto da solo. Come ogni figlio non riconosciuto, sono abituato a vivere emarginato, trascurato e senza diritti, dunque non cercherò di soddisfare la maggioranza, né diventerò matto per ottenere i complimenti degli altri. Quello che mi ha insegnato la società postmoderna – sono io! A volte mi sento l'autore più importante del secolo, altre volte invece ho il timore di sbagliarmi e che nulla di tutto questo abbia un senso. Però i bambini giocano perché non conoscono la paura.
Voglio giocare, eppure scrivo per me, sto costruendo una confessione personale, una poetica ego-maniacale in cui tutto quello che è mio si intreccia e l'uno chiama l’altro. Però io lo faccio con la massima speranza umanistica, perché se qualcuno nel mondo ci trova almeno una briciola di piacere, utilità o qualsiasi cosa che un uomo trova nell’arte – allora vuol dire che l’Arte ha vinto, che non ci sono differenze tra di noi, perché qualcuno ha sentito una storia così personale e ci si è trovato. Se ciò non accadrà, se rimarrò solamente un matto furioso in un campo deserto che saluta e chiama, se nessuno proverà neanche un po’ di empatia per quello che faccio, se nessuno vivrà le mie storie – significa che fondamentalmente non ci capiamo, come esseri umani, perché se qualcuno crea in modo completamente onesto, guidato solo dal proprio istinto e dallo spirito, e nessuno ci trova un valore generale o simpatia, significa che le nostre individualità sono troppo grandi per sopravvivere, perché se non capiamo quello che rende una persona speciale – non capiamo nemmeno l’umanità. In questo caso anche l’intera arte è interpretata male, perché non capiremo mai l’individualità di un uomo come creatore, ma proietteremo costantemente le nostre idee sul suo lavoro.In questo caso poco importerebbe, io almeno ho fatto quello in cui credevo. Ho giocato il gioco della vita.

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