Numero 1 - Dicembre 2017

Del fumetto come forma d’arte

“Un punto di vista può essere un lusso pericoloso se si sostituisce all’intuizione e alla comprensione”
Herbert Marshall McLuhan

Qualora si parli di arte e della sua definizione – questione oggi assai complessa, di difficile e sfuggente soluzione, assecondante, non di rado, suggestioni di impronta marcatamente soggettiva – non possiamo ignorare il fumetto, che è una delle forme di espressione che le sono pertinenti. Considerata l’attuale, notevolissima dilatazione dei confini della creatività estetica – fenomeno davvero senza precedenti, confermato dall’affacciarsi pressoché incessante di pratiche, strumentazioni, tecniche spesso del tutto innovative - l’interrogativo che si pone è quello di indicare dei criteri sul fondamento dei quali stabilire se e in quale misura una determinata opera meriti – o meno – di essere giudicata “artistica”. 

È un interrogativo che, ovviamente, non può non applicarsi anche al mondo dei comics, con l’avvertenza che per quest’ultimo – così come per il cinema – pare lecito attendersi maggiore flessibilità, vale a dire un approccio meno rigidamente vincolato al rigore normativo con cui abitualmente ci si avvicina alla letteratura o a quelle che, in virtù di consolidate classificazioni, di già ellenistica derivazione, siamo soliti chiamare Belle Arti.

Per cogliere l’importanza che viene ad assumere un messaggio trasmesso attraverso immagini o figure è sufficiente risalire ai metodi di comunicazione che l’uomo ha adottato sin dai tempi primordiali, dalle pitture rupestri d’epoca preistorica ai rilievi in sequenza – dei veri e propri racconti per mezzo di illustrazioni - lasciateci dagli antichi, qual è il caso, per citarne uno, della Colonna Traiana innalzata nel II secolo d.C. allo scopo di celebrare la conquista romana della Dacia. La rappresentazione visiva, con gli intendimenti che, per astrazione concettuale, ne discendono, è indiscutibilmente un’efficacissima cartina di tornasole dell’ottica con la quale percepiamo il mondo che ci circonda, essendo causa e al contempo effetto dei diversi modelli di insegnamento e di apprendimento cui siamo esposti (si pensi, per rendere l’idea, alla memoria fotografica). I processi che, a livello mentale, vengono messi in atto dalla “registrazione” sensoriale di un’immagine sono molteplici e tortuosi: si va dalla sua semplice acquisizione e riconoscimento, all’elaborazione dei contenuti che reca con sé, passando per una vasta gamma di possibili interpretazioni sul piano sociale, etico-religioso, culturale, per giungere infine a colpire le corde dell’interiorità emotiva. È inutile sottolineare che sono innumerevoli le forme in grado di esprimere il medesimo contenuto; il che non implica, però, che il codice di cui ci siamo serviti per interpretarlo sia unico ed inequivocabile. Non si spiegherebbe, diversamente, la pluralità delle posizioni e dei punti di vista - presupposta da un’individualità che deve ritenersi insopprimibile - né troverebbe giustificazione alcuna il fenomeno, per nulla eccezionale in sede di produzione artistica, della totale mancanza di comprensione di cui rimane vittima un autore e la sua opera. È opportuno, oltretutto, ricordare come la libertà di espressione da un lato e di interpretazione dall’altro siano la conditio sine qua non della comprensione anche di se stessi.
Benché la nostra sia ormai considerata una civiltà dominata dalle immagini, il primato, in realtà, spetta ancora alla parola scritta. I primi abbinamenti tra immagine e testo hanno fatto la loro comparsa ben prima dell’invenzione della stampa: ne sono una valida testimonianza, ad esempio, le medievali “bibbie dei poveri”, nelle quali ai versetti in latino si alternavano illustrazioni sul tema, di ambientazione sacrale. Al giorno d’oggi, specie dopo l’avvento di internet, il fumetto è stato ampiamente soppiantato da tecniche e procedure di genere sì affine, ma dall’impatto ben più diretto ed immediato; le quali hanno trovato - e non per nulla - una loro collocazione per così dire “naturale” tra le pieghe dei social networks. Si tratta di un fenomeno che non può non destare l’interesse pure di coloro che si occupano di fumetti, constatata l’incidenza che, quasi inavvertitamente, seguita ad esercitarvi il testo scritto: ogni condivisione di immagini continua infatti a necessitare di un titolo sotto il quale raccoglierle, il che lascia chiaramente ad intendere che, in assenza del testo, l’immagine rimarrebbe desolatamente muta e sfocata (azzardando l’ipotesi che si farebbe persino fatica a memorizzarla).
L’interazione tra testo ed immagini (o, meglio: tra la comprensione del testo e la contestualizzazione dell’immagine, giacché non procediamo nella lettura se non cogliamo o almeno presumiamo di cogliere il senso delle immagini) è cio che caratterizza quella che Hugo Pratt ha giustamente definito – rilevatene le finalità narrative – “letteratura disegnata”. Ed esattamente come accade in ogni altro settore letterario, la fruizione di un fumetto comporta l’accondiscendenza ad accettare di essere condotti in un universo di divergenti percezioni ed interpretazioni. E’ quasi certo che colui che prende in mano un comic book sia portato, inizialmente, a scorrerne i contenuti scritti, piuttosto che a soffermarsi sulle illustrazioni. Forse è proprio questa la ragione per cui paiono più accattivanti gli albi a fumetti che, pur non rinunciando a raccontare una storia e ad “accendere”, per tale via, i tasti dell’emotività, riducono al minimo indispensabile, se non sopprimono del tutto (alla maniera di un Jason e del suo Sshhhh!) il ricorso all’aiuto della parola scritta. A consentire il transito da una vignetta all’altra e a disporre le inquadrature secondo l’ordine progressivo richiesto dalla narrazione (“arte sequenziale” l’ha definita Will Eisner) provvede il filtro della nostra immaginazione, retto dal bagaglio culturale di cui siamo dotati. Ad una storia a fumetti possono pertanto essere attribuiti non soltanto compiti e pregi educativi, ma anche il merito di essere in grado di potenziare le nostre capacità cognitive.
A rendere particolarmente invitante la lettura di un fumetto è l’ineludibile mutevolezza dei punti di vista con cui vi si accede. La prospettiva che ci pare confacente – e alla quale, talora, abdichiamo con grande riluttanza - se impone, una volta ammesso che è solo una delle tante che si possono adottare, di cimentarsi con gli inconvenienti di un inestirpabile relativismo, è anche un incoraggiamento ad aprirsi ad una maggiore tolleranza ed elasticità. È difficile, d’altronde, nel caso del fumetto, abbandonarsi ad una lettura di tipo meccanico ed inconsapevole, per quanto siano ancora forti le resistenze ad annoverarlo, a pieno titolo, tra le forme riconosciute di espressione artistica (con l’eccezione di alcuni Paesi, che lo considerano parte integrante del loro patrimonio culturale).
Leggere un fumetto presuppone pazienza e concentrazione, oltre che disponibilità ad esplorare nuovi territori. E sono prerogative dalle quali i più, solitamente, rifuggono.

© 2019 Stagiornale. Tutti i diritti riservati.

facebook_page_plugin